Come ogni anno il Bartula si è presentato a Castelletto e il Rione Beati Pozzola si è mobilitato per rispedirlo all’inferno.
Quella del Bartula è una tradizione antica che rimane ancora in vita grazie alla volontà di alcuni
castellettesi ma che, purtroppo, pochi in paese conoscono effettivamente. Le origini di questo curioso fantoccio hanno radici in tempi lontani; probabilmente, già nel 1800 era in uso nelle campagne accatastare sterpaglie e scarti dei campi per poi bruciarli in grandi falò. In particolare durante il Carnevale questa era per i contadini un’occasione per riunirsi e dare vita a delle semplici feste, durante le quali si scaldavano attorno al fuoco, ballavano, bevevano “vino americano” e mangiavano frittelle.
Quest’abitudine, scomparsa nel periodo della guerra, è stata tuttavia ripresa in seguito da alcuni paesi.
Il primo Bartula, realizzato con un’anima di steli di granoturco, è stato bruciato a Castelletto nel 1985. All’inizio senza forma, ha assunto nelle edizioni successive un aspetto sempre più umano e proprio questo ha fatto in modo che il rione inventasse una storia su di lui e iniziasse a farlo parlare, rappresentandolo come un anziano e saggio contadino. Viene introdotto da Dante Alighieri, smarritosi analogamente alla Divina Commedia in una selva della frazione e ritrovato dalla sua fedele guida Virgilio. Il personaggio, curioso di sapere tutto ciò che accade, spia gli abitanti del paese per poi raccontare ogni anno ciò di cui è venuto a conoscenza, senza risparmiare critiche e considerazioni. È tentato,però, dal diavolo Minosse che, accusandolo per le sue parole spesso negative, lo condanna e lo rimanda, nelle fi amme dell’inferno, tra i traditori della patria.
Quest’anno la satira, come sempre interamente composta in dialetto, è stata recitata da alcuni concittadini e accompagnata dalla banda. Attraverso le parole del Bartula sono state toccate molteplici realtà di Castelletto come, ad esempio, l’amministrazione comunale, la navigazione sul Ticino, la Pro Loco, i disagi causati dalle piogge, le parrocchie e i preti.
Per la stesura del testo dobbiamo ringraziare la Signora Rosa Maria Lorenzini che ormai da 22 anni se ne occupa piacevolmente, ritenendo più che importante tener viva questa tradizione e il nostro dialetto, perché, ricordiamolo, la lingua non è semplicemente una convenzione per comunicare ma anche la storia di un popolo.
Un estratto della satira che facendo riferimento ai disagi provocati dalle piogge in via Beati in seguito ai lavori effettuati dalle Ferrovie, ci rimanda ai tempi in cui in quel luogo scorreva il Ticino…
Bartula: …“Sant’Antoni, salvum ti!… …Oh, parbleu, la straa gh’è pü? Al Tisin al turna sü cumè in d’la protostoria ch’l’è restaa n d’la memoria?Al mund a l’è drè inversas, a l’è düra rasegnas!”…
Minosse: …“T’zè ignurant cumè’n asnine ta vö faa’l sapienti. A gh’è mia un fi üm in piena; l’aqua l’a vegn giù apena quand al piov cum violenza e, par difèt da cuscienza, i padrun d’la feruvia
ricevla a vöran mia”…

